L’uscita di ieri di Gianfranco Fini e quel suo usare una parolaccia come “stronzo” in un contesto pubblico, addirittura davanti a dei ragazzi, per molti potrebbe avere dell’inverosimile. Attenzione, non certo per la parola in se, né per il fatto che sia stata usata in quel contesto. Ma per il concetto stesso di aver dato dello stronzo a chi discrimina.
Da un unto di vista politico, al di là dell’evidente inusitato uso del turpiloquio, la frase riflette fedelmente quello che direbbe un qualsiasi politico di destra europeo, o quantomeno di una destra moderna.La cosa chiaramente ha scatenato molte reazioni.
Il problema centrale, già sottolineato con una punta polemica da altri, è che in realtà la frase di Fini non è corretta.
Ha detto:
«Chi dice che gli stranieri sono diversi è uno stronzo…»
Ripeto, ne capisco il senso e la ritengo più che condivisibile, soprattutto se collegata a certe risposte inqualificabili fatte poi da certi leghisti. Ma il punto che volevo sottolineare è un altro. Dire che è una persona è diversa in realtà è una semplicissima constatazione lapalissiana. Io sono diverso (fierissimo di esserlo peraltro) per un miliardo e mezzo di motivi. Il problema che ogni volta che qualcuno cerca di incasellarmi in una casella di normalità presunta finisco per stare male. Diciamolo, gli stranieri sono diversi, perché hanno bisogno di un permesso di soggiorno, parlano una lingua differente e devono imparare la nostra, hanno credi, religioni, costumi, trazioni differenti. Ritenerli semplicemente eguali è limitativo e fuorviante! Del resto anche le donne sono diverse, gli omosessuali sono diversi, i comunisti sono diversi, gli imprenditori brillanti sono diversi, i cattolici fedeli sono diversi.
La diversità sta in tutto ciò che facciamo, ed è ciò che ci rende unici. Continuare a pensare agli immigrati in quanto gruppo unitario che si sposta per venire in Italia solo per lavorare (o per delinquere), continuerà a far si che alla meglio li consideriamo una merce pregiata da importare, alla peggio un gruppo sovversivo di criminalità organizzata. E’ vero, parlare per gruppi di appartenenza sociale rende tutto più facile, cinquanta e più anni di cultura di ispirazione socialista ci hanno abituati a questo. Aggiungiamoci un pizzico consistente di cultura cattolica, anch’essa basata su fenomeni gruppali, ed ecco che spunta il problema: l’individuo in quanto tale non è mai considerato. Tutto deve essere ricondotto ad una normalità forzata. Pericolosa per giunta, perché finisce per annullare le individualità meno forti, le rende succubi della massa, e finisce per schiacciarle su se stesse.
Il cardine centrale del problema è la nostra identità. In un paese che trova una radice identitaria in ogni campanile ed in ogni sagra paesana, non dovrebbe essere tanto difficile scindere gli aspetti di appartenenza, mescolarli, farli nostri. Eppure, la risposta politica che si riesce ad ottenere è unicamente questa: non siete diversi. E purtroppo, per quanto mi rincresca, devo dar ragione a chi alla fine dice così li illudi. E si, perché l’idea dell’eguaglianza è pericolosa quando non si può raggiungere.
Ed allora non è meglio dirlo, che siamo tutti diversi e quindi anche un po’ stronzi quando lo sottolineiamo?

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November 25th, 2009 at 11:06 am
[...] differenze che la donna ha e che la rendono unica. Ho già parlato altrove di quanto ritenga che un egualitarismo di facciata sia fuorviante. Ma del resto basta osservare il nostro gergo: se una donna ha energia, ha successo [...]
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